L’uomo è una specie terrestre, è vero; ma la sua sopravvivenza è legata anche alla qualità dell’ambiente marino. Gli oceani, infatti, ospitano un’ampia parte dell’intera biodiversità della Terra: dagli ecosistemi marini dipendono – secondo le stime delle Nazioni Unite – almeno 3 miliardi di persone, che fanno affidamento sulla biodiversità degli ambienti costieri come fonte primaria per le proteine necessarie al proprio sostentamento.
Gli oceani, inoltre, svolgono un ruolo centrale nella regolazione del clima terrestre: ad oggi, essi assorbono circa il 30% delle emissioni annuali di CO2 prodotte dall’uomo, contribuendo significativamente alla mitigazione del cambiamento climatico su scala globale.
Gli invasivi interventi umani degli ultimi decenni, tuttavia, sembrano dimostrare come il prezioso valore degli ecosistemi marini sia stato totalmente ignorato: il sovrasfruttamento delle risorse ittiche, l’inquinamento delle acque e l’alterazione della biodiversità hanno inflitto gravi danni a queste realtà naturali, mettendo a repentaglio, per di più, il benessere delle popolazioni umane che contano su di esse.
Ecco perché, nell’Agenda 2030, un intero Obiettivo (il Goal 14) è dedicato a “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”. Anche da un punto di vista meramente economico, infatti, il mare è una risorsa indispensabile: offre alle nostre società moltissimi servizi ecosistemici d’importanza primaria, e nella transizione verso un modello improntato alla sostenibilità è imprescindibile gestire questa risorsa in maniera oculata e lungimirante, in modo da preservarne e rafforzarne la “salute”.
Entro il 2030, dunque, l’Agenda firmata nel 2015 sotto il patrocinio dell’ONU si propone di implementare metodi di gestione delle risorse marine che favoriscano il loro recupero e la loro tutela; mira a ridurre pericoli come l’acidificazione degli oceani, la perdita di biodiversità (che rischia di subire un crollo pressoché verticale se non si attueranno subito misure di contrasto al fenomeno della pesca eccessiva) e ad aumentare la protezione delle aree costiere. Sarà importante, poi, da una parte potenziare il diritto internazionale – applicando la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) per uno sfruttamento più equo e controllato delle zone di mare aperto, non soggette alle leggi nazionali – e dall’altra sostenere le piccole realtà locali, privilegiandole rispetto a metodi di pesca aggressivi e non sostenibili.
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